Comunicato n. 13

Per depenalizzare, legalizzare o liberalizzare l'aborto?

Dai tempi in cui l’UDS si prodigava nella propaganda per la raccolta firme necessarie all’ammissione del referendum in materia di “interruzione volontaria di gravidanza” (o meno eufemisticamente “di aborto”) fino ai giorni nostri, cioè a poche settimane dalla data della chiamata alle urne, c’è una questione, apparentemente solo giuridica, che merita di essere chiarita.
Troppo spesso si sente infatti presentare (anche grossolanamente da taluni mezzi di informazione) il referendum del 26 settembre come il referendum per “depenalizzare” l’aborto a San Marino. Ebbene “depenalizzare” significa, giuridicamente e letteralmente, “rendere non più penalmente perseguibili determinate condotte”, tipicamente mediante l’abrogazione di norme contenute nel Codice Penale (o comunque di norme penali) e la derubricazione delle medesime condotte in illecito amministrativo. Quando cioè il disvalore, l’offensività o la pericolosità sociale di una condotta non viene più percepita dal comune sentire come grave, al punto da infliggere al suo autore sanzioni anche detentive (prigionia o arresto), la condotta stessa, pur rimanendo illecita, viene sanzionata con pene più lievi e mai detentive, consentendo all’autore di preservare intonsa (come si dice) la “fedina penale” e alle sezioni penali dei Tribunali di potersi più efficacemente concentrare nel contrasto degli illeciti più gravi.
A ben leggere il quesito referendario ci si accorge però che, oltre a non essere “abrogativo” ma “propositivo”, non vi è cenno alcuno a disposizioni penali (da eliminare) e nemmeno a circostanze esimenti (da introdurre), quali ad esempio stupro o incesto, le stesse che, pur nella loro estrema eccezionalità sotto il profilo della casistica, sono invece efficacemente sbandierate dal comitato promotore alla ricerca di facile consenso.
Ma allora, se non è corretto definirlo “referendum per la depenalizzazione”, come andrebbe definito?
Anche se il merito e la portata delle questioni sono ben diverse (quindi lungi da noi la volontà di accostarle se non ai fini definitori), potremmo prendere a prestito le categorie giuridiche, alternative alla mera “depenalizzazione”, di frequente utilizzo nella discussione sulla cannabis ad uso non terapeutico, quali “legalizzazione” e “liberalizzazione”. Con la “legalizzazione” la condotta non è più considerata come illecita (non solo sotto il profilo penale ma nemmeno sotto quello amministrativo) purché sia svolta legalmente, ossia nel rispetto delle condizioni e dei parametri fissati dal legislatore, che quindi non la vieta ma la regolamenta. Nel caso invece della “liberalizzazione”, lo Stato rinuncia anche a regolamentare specificatamente la materia, lasciandola al libero mercato e al buon senso e all’etica di ciascun individuo che forma la collettività.
Applicando tali criteri pare evidente che il referendum del 26 settembre miri alla legalizzazione dell’aborto, assoggettando tale condotta ad una regolamentazione che, per quanto sintetica, prevede comunque termini e condizioni per poter abortire legalmente (ovviamente la depenalizzazione discende di conseguenza).
Tuttavia, spingendo l’analisi al merito del quesito referendario, ci si accorge che, almeno nelle prime 12 settimane di gestazione, l’aborto è, in fatto e in diritto, “liberalizzato” in quanto l’interruzione di gravidanza è rimessa al libero arbitrio della madre, senza condizione alcuna (quandanche minorenne e a prescindere dalla volontà del padre). Ma anche nelle settimane successive di gestazione (senza espressi limiti di tempo) l’aborto è sempre consentito purché il feto presenti anomalie e malformazioni tali da comportare gravi rischi per la salute psicologica (per quella fisica non sarebbe occorso alcun referendum) della donna.
L’innegabile difficoltà di verificare e misurare tali presupposti agli effetti giuridicamente dirimenti, porta quindi a temere che un referendum nato per “legalizzare” l’aborto, propagandato populisticamente come referendum per “depenalizzare” l’aborto, finisca invece per fare di San Marino il paese in cui l’aborto è di fatto “liberalizzato” ogni qualvolta il nascituro non soddisfi le aspettative di normalità della madre!
Riconoscere una condotta come diritto (pressoché assoluto e incondizionato) per non renderla più penalmente perseguibile (tanto più per i soli casi limite quali stupro o incesto) è come sparare ad una formica con un bazooka!

IL COMITATO UNO DI NOI

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